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Mario Zoli: una piccola parte della sua produzione |
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L'Astrologia e la Storia |
| Come lo ricordano ... |
Poiché non c’è conoscenza d’un qualsivoglia soggetto (persona, evento, territorio, disciplina), se non su base storica, l’Astrologia è destinata a esigui ed effimeri –anche contraddittori- progressi, se non fa i conti col proprio passato.
Su
questa strada il primo passo è naturalmente la conoscenza di questo
stesso passato.
Ma
ahimé, l’Italia (un tempo patria degli studi classici) qui è davvero
l’ultima.
Immensi
i campi da esplorare: la tradizione tolemaica, le connessioni tra
l’astrologia alessandrina, quella araba, quella arabo-ispano-latina tra
i secoli VIII e XV e, se ci si vuol spingere ancora più addietro, i
Maestri (innominati) di Tolomeo stesso; il definirsi dello Zodiaco attuale
(una sistemazione? o una ri-sistemazione?), attraverso gli apporti diversi
della cultura mesopotamica e di quella egizia (si collega ad esempio, alla
prima il Segno del Toro-Vacca, e alla seconda quello dell’Acquario); il
passaggio da uno zodiaco primitivo e lunare, certo legato alla fase
matriarcale della cultura mediterranea, a quello solare che conosciamo. Ognuno di questi campi poi, già arduo in sé, si connette a problemi non lievi di archeologia, linguistica, storia comparata, filologia, storia delle religioni etc. Il tanto che ci resta da esplorare mi spinge, non già a disprezzare –ma al contrario- ad esaltare e incoraggiare il poco che si è fatto. |
| Maria Laura Argnani | |
| Renzo Bertaccini | |
| Marco Bondi | |
| Frida Calderoni | |
| Adriana Cavadini | |
| Onofrio Ceroli | |
| Norma Cicognani | |
| Andrea Dolcini | |
| Marcello Donati | |
| Gisa Frandino | |
| Claudia Gallegati | |
| Gabriella Grossi | |
| Rino Maneo | |
| Adriana Savioli Zoli | |
| Alessandro Tosi | |
| Gianluca Zoli |
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Alludo all’iter aperto più di dieci anni fa dalle Arktos di Carmagnola, con cui collaborai per i “fenomeni” di Arato; alludo alla pregevolissima opera di Bertozzi, docente di filosofia della storia all’Università di Ferrara, “La tirannia degli astri”, ove molte chiavi si danno a chi voglia leggere il ciclo di Schifanoia; e, da ultimo, al poderoso e coltissimo commento di Bezza al “Tetrabiblos” tolemaico. Né voglio dimenticare il famoso “Scorpione” di Aurigemma, edito nel 1975. Esplorazioni, queste, davvero preziose, ma naturalmente diverse; non tanto per l’area sondata, quanto per la metodologia seguita.
Non
è male, penso (allo scopo di evitare che le confusioni, ora assurde,
ora patetiche, in cui annaspa tanta ricerca moderna, si proiettino
all’indietro, dilatando il caos), richiamare alcuni principi base
dell’indagine storica; essi sono –se si vuole davvero costruire
qualcosa di solido- non solo consigliabili, ma indispensabili come lo
sono i chiodi per lo scalatore o la “muta” e le bombole per il
sommozzatore.
Nella
connessione passato-presente, si deve porre in luce tanto ciò che si è
trasmesso intatto, quanto ciò che, è stato modificato, quanto infine
ciò che è stato lasciato per via; e rendere ragione di tutti questi
esiti.
Un
esempio può essere indicato nella storia della parola VIRTU’, che pur
se derivata dalla latina virtus, ha oggi un’accezione molto diversa da
quella; e da VISO, che per noi è sinonimo di faccia, volto, mentre
ancora in Dante significava, con più soggezione alla primitiva impronta
latina, “occhi”, “sguardo”.
Ci
si deve quindi armare di una pazienza e di una prudenza immense, di
cautela e diffidenza, di verifiche e confronti; e accontentarsi poi (ma
non è questa, forse, l’essenza di ogni vero sapere?) di giudizi
relativi, che non anelino alla condizione del dogma, ma che possano,
senza traumi, modificarsi naturalmente ogni volta che nuove conoscenze o
plausibili ipotesi, lo rendano necessario e utile.
La
conoscenza è storia, essa pure, e dunque in continuo cammino. E se
getta una luce via via più limpida sul passato (sappiamo più noi degli
Egizi di Cheope, di quanto non sapesse Cicerone, pur più vicino a loro
nel tempo, sicché risponde a verità il detto di Vico “i veri antichi
siamo noi”), essa accresce anche la visione che abbiamo del nostro
stesso presente, del nostro essere attuale, ragionare, pensare, sentire.
Noi
interpretiamo Giotto e Dante, ad esempio, in modo certamente più
completo ed esatto, di quanto non facessero i loro contemporanei; e
tuttavia quelle interpretazioni, ora superate, non cessano per questo
motivo, di essere storicamente utilissime. Non solo perché ci
consentono di misurare il cammino percorso da allora ad oggi, ma anche
perché ci offrono il quadro della cultura del tempo, in cui quei Geni
fiorirono; e quindi ci permettono di misurare, sia il “debito”
contratto da quegli autori con la loro età, sia la loro indipendenza da
essa.
L’opera
è difficoltosa perché mentre -dirò così- resta sempre mobile il
fenomeno del passato, collocato in un habitat che muta di continuo, non
meno mobile è l’ottica del presente. Diceva Voltaire che i fatti
della storia sono irrilevanti come dei sacchi vuoti: diventantano
importanti quando vengono riempiti; ma –ed ecco il punto!- ciascuno li
riempie con ciò che porta in sé. Era dunque inevitabile e naturale, all’età romantica, leggere Dante in chiave passionale e patriottica; e così l’età decadente lo lesse gustando le fascinazioni della parola-suono. Oggi che siamo più attratti dalla struttura dell’insieme, dalle proporzioni della costruzione, tendiamo ad esaltare più la forza della sua cultura, che la perfezione isolata del frammento. Ma anche in ciò, noi siamo legati alla storia, la nostra storia, quella del nostro tempo. Da qui la necessità della prudenza …
Ma
veniamo all’Astrologia. In antico la parola era comprensiva anche
dell’Astronomia, la quale, se mai, lungi dall’esser madre
dell’altra, trasse alimento dalla visione magico-analogica,
onnicomprensiva su cui l’Astrologia si reggeva.
Perché
questa è una verità immodificabile, come l’appartenenza della
“Commedia” a Dante, o del
ciclo
padovano degli Scrovegni a Giotto; la visione magica del tutto, una
visione che, passando a quella scientifica, precisa se stessa, si
definisce; ma nel contempo si impoverisce.
Chi
non resta fedele a questo principio, pur se provvisto di molta
erudizione, va fuori strada con tutto il suo carro di dotte citazioni;
costretto a proiettare all’indietro la sua visione scientifica del
mondo, di marca empirica, commette lo stesso errore di chi attribuisse
ai Fenici l’uso del
frak,
o a Nerone quello della jeep.
Quanto
conosciamo del percorso storico dell’Astrologia, ci consente di
affermare (pur con tutte le lacune che elencai), che essa si è via via
affrancata dal legame con l’astronomia; in ciò io personalmente non
vedo una degenerazione da colpire di scomunica, ma il recupero,
meraviglioso recupero della complessità (non scientificamente o
statisticamente definibile) del Simbolo, che dell’Astrologia dovette
costituire l’essenza, molto prima di Tolomeo; se è vero, com’è vero
che il grande astronomo-matematico-geografo dà ancora al suo tempo, di
fenomeni scientifici come la lentezza del moto di Saturno, una lettura
antropocentrica e simbolica, incentrata sulla vecchiaia, sulla malattia
e sulla malinconia dell’uomo. Se l’Astrologia, pur con tutti gli apporti dell’astronomia, le persecuzioni patite, le fusioni / confusioni con altre discipline, è giunta fino ad oggi con l’autorevolezza d’una grande soprano che, a dispetto degli anni abbia mantenuto intatte la freschezza e la potenza della voce, e a cui perciò, sedotti dall’incredibile miracolo, si perdona volentieri l’errore di aver cantato qualche canzonaccia in diverse fiere di paese, ciò si deve al fatto che essa ha saputo, non ostante tutto, conservare la sua anima, il Simbolo.
Perché
questo è il punto. È ben vero che essa si giova di calcoli matematici,
semplici e complessi, e di misure astronomiche; ma la sua intima essenza
non risiede qui, allo stesso modo che l’Arte di Giotto non sta
nell’impasto dei colori che egli usava. Come la sua arte sta nella sua
visione del mondo, espressa anche attraverso forme e colori, così
l’essenza dell’Astrologia sta nel simbolo, espresso anche mediante
numeri, misure, calcoli, ma non riconducibile o identificabile con
alcuno di essi.
Così
accade che possiamo parlare della cultura di Giotto, in rapporto con
quella –poniamo- del suo tempo, e dir cose assennate, pur se
prescindiamo, omettiamo, o dimentichiamo il segreto dello straordinario
blu dei suoi cieli; allo stesso modo possiamo parlare di Astrologia con
proprietà, anche se tralasciamo che la rivoluzione di Urano si compie
in 84 anni. Vari testimoni, concordi, idicano questo principio come verità ...
...
Più passano gli anni e si approfondisce la mia ricerca, più mi
convinco che una civiltà evolutissima e molto lontana da noi, ci ha
trasmesso la sua concezione del mondo per via … zodiacale; grande
quella civiltà, per la verità che ha colto e di cui giornalmente
vediamo il valore, e non meno grande per la via scelta con cui
trasmetterle.
Non
dettami filosofici, opere difficili di scienza, ma semplici formule e un
cielo dipinto di figure a noi ignote, collegate alla vicenda
affascinante e sempre nuova del Mito, nel quale, tutte le storie minute
fluiscono.
Come
dopo un immenso cataclisma, di quel sapere noi raccogliamo i resti, qua
e là, con pena e fatica, qualche successo e molti ricorrenti errori.
Non possiamo evitarcelo. Tuttavia il disegno che si abbozza sotto i
nostri occhi, sempre più stupefatti, ci rivela che non fu Tolomeo il
primo astrologo, come Omero non fu il primo dei poeti, e che la storia
dell’anima, o semplicemente, la vera storia, è molto più antica
della storia della nostra conoscenza empirica. E poiché quella sentiva l’unione del “noi” tra le stelle, le piante, le acque, gli animali e l’uomo (mentre questa ha isterilito l’Io in una solitudine puntuta, rancorosa, aggressiva), la storia dell’anima, oltre che più antica, era anche molto più utile e più degna dell’uomo. |
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