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Mario Zoli: una piccola parte della sua produzione |
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| Domicili ed esaltazioni | Lettera a Bia | L'Attore | Troppo tardi | ||
| Mysterium iniquitatis | Madame Gentini e Venere | Elisabetta Regina | Avere ... Essere | Amore è luce | |
| Maria Laura Argnani |
"Ci conosciamo più?" |
| Come lo ricordano ... |
Una mattina buia, in ospedale, poco sole, nuvole in un cielo di febbraio ... Attorno a me tante persone, un brulicare di parole. Il mio sguardo venne attratto da un uomo: pantaloni verde militare, giaccone dello stesso colore, capelli neri, borsa a tracolla, le mani strette su un libro ... un sobbalzo al cuore; erano passati più di quindici anni, una vita, e ritornavano vivi i ricordi: era proprio lui, Mario Zoli, il mio professore. Esitai un momento: non sapevo come affrontarlo; la timidezza prese me, persona estremamente estroversa; poi mi feci coraggio e ... "Ci conosciamo più?". Lui alzò gli occhi dal suo libro e mi guardò con aria interrogativa: "Sono molto dispiaciuto, signora, ma io non la ricordo ...!" Fu per me meraviglioso quando, leggendo il mio nome sul tesserino di riconoscimento appuntato sulla divisa, disse: "Scusami, ma gli anni passano, voi cambiate e noi vecchi non vi riconosciamo ...!". Così, semplicemente, egli rientrava nella mia vita. I giorni passarono e capii solo col tempo l'importanza di quell'incontro casuale. Una giornata di fine inverno. Mario Zoli camminava immerso nelle sue letture proprio sotto casa mia: il nostro fu un incontro pieno d'entusiasmo. Mi aveva riconosciuto, questa volta, senza esitazione! Un sorriso, una stretta di mano cordiale, quella stretta che aspettavo da lungo tempo: adesso quella figura maestosa, quell'insegnante "terribile", era davanti a me. La distanza si era annullata, la sua voce - quella di un tempo - ridestò in me immagini sopite ma non dimenticate ... ... Un insegnante che amava la scuola, amava i suoi ragazzi, offriva loro ogni sorta di novità, conosceva di loro ogni attitudine: chi più portato per la matematica, chi per la sua stessa materia, l'italiano ... chi per poco, chi per nulla ma ... sempre tutti uguali. Uguali come fossimo tutti suoi figli. |
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| Renzo Bertaccini | |
| Marco Bondi | |
| Frida Calderoni | |
| Adriana Cavadini | |
| Onofrio Ceroli | |
| Norma Cicognani | |
| Andrea Dolcini | |
| Marcello Donati | |
| Gisa Frandino | |
| Claudia Gallegati | |
| Gabriella Grossi | |
| Rino Maneo | |
| Adriana Savioli Zoli | |
| Alessandro Tosi | |
| Gianluca Zoli |
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Non ricordo una nota, non un rimprovero individuale: se qualcosa di non corretto accadeva, rimproverava la scolaresca. Ricordo le sue risate, ricordo il suo modo di brontolare, e tutto a colori nitidi. Ricordo quando Mario Zoli, da noi definito "terribile", tutte le mattine arrivava in aula perfettamente puntuale, camice nero, foulard, barba ... a volte con il mento e il collo ancora sanguinanti dalla lametta. Portava un libro sottobraccio e un registro dalla copertina verde, un registro che davanti ai nostri occhi non veniva mai aperto. "Arriva Zoli!" e l'ordine nell'aula era immediato: tutti pronti ai propri posti, pronti ed attenti. Famose le gare: un cartellone nero, con simboli e colori che segnalavano le squadre ... eravamo spesso in competizione tra noi, c'era sempre qualcuno che vinceva e qualcuno che perdeva ... che rabbia ...! Noi, forse arrabbiati, lui mai: ci voleva bene e non metteva mai sul podio il primo e in coda l'ultimo. Ricordo che una volta ci preannunciò un compito in classe di "epica", per molti un osso duro, e così durante l'intervallo qualcuno andò a sbirciare tra le innumerevoli carte disseminate sulla cattedra per scoprire qualche indizio. Passammo il pomeriggio a preparare bigliettini, che trovarono posto ovunque. Il mattino dopo, mentre egli si aggirava tra i banchi a testa china o si fermava a guardare dalla finestra, misurando il tempo dei suoi passi, riuscimmo a copiare, e ne fummo contenti. Ma alla consegna dei compiti la nostra gioia svanì d'incanto: insufficienza generale ... per "copiatura". Avevamo copiato tutti la "farina del suo sacco". Scoprimmo a nostre spese che era lui l'autore del libro su cui studiavamo, e dal quale avevamo copiato. Qualcuno esclamò: "Oltre ad essere il nostro professore, è anche uno scrittore!". Un giorno, poi, ci propose di partecipare ad una rappresentazione sacra da realizzare nell'ambito scolastico: il Mysterium Hominis. Oltre ad essere un professore e uno scrittore, era anche un regista! L'idea fu accolta e ci impegnammo in ripetute prove pomeridiane. Gli applausi, alla fine della rappresentazione, ci ricompensarono delle difficoltà e della fatica, ma ancora di più provammo la soddisfazione di sentirci dire "Bravi!" da lui. La sua creatività e la sua spiccata umanità ci colpirono profondamente. Alla fine del secondo anno mi ritrovai "rimandata a settembre". Quanto lo odiai, quasi lo rinnegai per lungo tempo, ma è forse proprio da quella esperienza che ho tratto insegnamento, e anche grazie a lui ho imparato a vivere e costruire il mio tempo ... Una mattina, in primavera, dalla porta aperta di una stanza notai un volto amico ... era Mario Zoli. Entrai, un sorriso paterno, una stretta di mano piena di calore. Lungo fu il nostro incontro, una chiacchierata ricca di particolari: mi disse perché era in ospedale e come tutto era iniziato: la malattia lo aveva aggredito in silenzio. Un "calvario", il suo, vissuto a testa alta. Anche se sofferente, era però evidente, insieme alla preoccupazione e all'ansia, la sua fiducia nei camici bianchi, definiti successivamente "i suoi angeli". Quando uscii dalla stanza piansi: avevo capito che per Mario il destino era segnato. Passò circa un mese da quell'incontro. Il 26 aprile incontrai in ospedale sua moglie, Marilena, insieme al figlio Enrico. Lei aveva uno sguardo tristissimo, preoccupato, e mi disse: "Siamo qua, tutti. Enrico per un piccolo intervento, e Mario per un problema molto più serio". Come un fulmine, con il cuore in gola, raggiunsi la sua camera. Dormiva, non sapevo se svegliarlo, poi: "Signor Zoli ...?". Non dormiva, era solo appisolato; si girò con un sorriso: "Ti avrei cercata, speravo in un altro incontro ...". Quando uscii, con la parola spezzata da un nodo alla gola che volevo nascondere, dissi: "Ci vediamo più tardi!". Capii in quel momento che aveva bisogno di me. Il giorno dopo, sul lavoro, il primo controllo che dovevo effettuare era quello di Mario, ed era definito "urgente". Entrai nella sua stanza, e lo vidi nella penombra, accovacciato sul letto, intento a un "solitario": era tristissimo. Appena mi vide scoppiò in un pianto, quasi di bimbo: "Laura, non esco più di qui ...". Lo accolsi tra le mie braccia, con tutto il bene che avevo dentro, con l'affetto più sincero. Mi commossi anch'io, nascondendo la mia emozione dietro gli occhiali: la sua bambina di un tempo, in quel momento, accoglieva e consolava un uomo in preda alla paura della fine. Capii l'importanza della vita, il suo vero incommensurabile significato. "Ama il prossimo tuo come te stesso", pensai; quel "prossimo" era davanti a me, con i suoi capelli grigi: io una giovane donna, lui un uomo, per un attimo bambino. Fu un pianto, il suo, di paura, il pianto di un uomo disperato. Da quel momento capii che non potevo abbandonarlo, potevo offrire poco, pochissimo, solo conforto, ma proprio dal conforto iniziai. La malattia si può combattere anche così, offrendo una mano, di vero cuore. La nostra è stata un'amicizia intensa, perché un filo conduttore ci univa, univa tutti noi, la sua famiglia e la mia, partecipi tutti nell'accogliere Mario con le sue tristezze, con le sue parole, con le sue paure. Tante volte mi sentii "invadente". Non ero più la sua scolara, non ero più solo l'infermiera che lo assisteva confortandolo, ero forse diventata una sua "figlia acquisita". Così mi definiva, così si esprimeva ad ogni nostro incontro. Avvertivo il suo bisogno di dialogare; quando, anche per poco tempo, potevamo incontrarci, i suoi sorrisi e le sue parole uscivano senza difficoltà. Anche il suo cuore si metteva calmo! Quante passeggiate durante l'estate! Un'estate calda; e lui, con un cappello di paglia per coprire il suo capo alla "Vialli", soddisfatto dei pochi chili persi, della sua pelle abbronzata da un sole mattutino preso in tutta fretta, per non preoccupare la sorella Anna Maria - il "guardiano del faro", così la definiva sorridendo - passeggiava discorrendo di dolori che teoricamente dovevano esserci, ma che, per sua fortuna, non si sono mai presentati; le sue scarpe di tela, i calzettini arrotolati alla caviglia, un pacchetto di sigarette sempre pronto, gli occhiali scuri, neri. Così si usciva, così si andava. Una controllatina alle sue piante, al suo giardino. Le sue rose: si soffermava a guardarle, in modo particolare quella bianca, la sua preferita, sulla quale un giorno fece trovare a tutti i condomini un cartello: "Questa rosa bianca è di Mario, si prega di non raccogliere". Mi disse: "Vedi Laura, questa rosa sboccia il giorno del mio compleanno". Questo era Mario: la semplicità, l'amore per le piccole cose, l'amore per la vita. Per tutti i giorni che abbiamo trascorso insieme la sua voglia di vivere, la sua voglia di dare, di offrirsi agli altri, ai più piccoli, ai suoi ragazzi, ai suoi figli, non è mai venuta a mancare, come non è mai venuta meno la voglia di trasmettere l'interesse per la cultura e per le cose belle. E se anche gli anni passano e segnano il tempo, le sue parole difficilmente invecchieranno, e così i suoi libri. Se la voce mancava, non mancavano mai gli entusiasmi, le esortazioni, le riflessioni sulla vita: lui in questo era un "artista", riusciva a rendere presenti attimi che rimanevano offuscati come al di là di un vetro, dietro una coltre di nebbia sottile. Amava farsi amare, amava farsi conoscere per quello che era, amava vivere di ricordi, amava ogni attimo che gli veniva concesso, accettando e accogliendo tutto, e per ultimo anche la sua stessa malattia, tremenda: ha continuato a sorridere anche nei momenti più brutti e duri. Anche la sua voglia di scrivere, di lasciare un segno, non è mai venuta meno fino all'ultimo, come testimonia la parafrasi della terzina del "Paradiso"; battuta giovedì 20 luglio 1995 e rimasta inserita nella sua macchina da scrivere. "E io, che non desiderai mai tanto ardentemente di vedere Dio per me stesso, più di quanto lo desideri per lui, ti porgo tutte le mie preghiere e prego che non siano insufficienti." Tutte le sere dovevo leggergli un "pezzo" del suo Dante. Da Dante a Omero, da Omero alla vita di tutti i giorni, dalla vita di oggi alla vita di ieri, a quella di domani, un domani pieno di progetti, ma che non potrà vedere. Ferisce pensare che ora non c'è più, ma consola il suo ricordo, quello che lui è stato, quello che ha donato. Grazie Mario! |
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