Mario Zoli: una piccola parte della sua produzione

L'Astrologia e la Storia

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Frida Calderoni

Il direttore di redazione

Come lo ricordano ...

La redazione del periodico "In Piazza" era una redazione, a volte, itinerante: le poteva accadere di trasferirsi dove c'era qualcosa di straordinario, di emozionante da vedere, da "respirare". Perché il suo direttore era un poeta.

Aveva abitualmente la sede in una saletta messa a disposizione da uno dei redattori, precisamente il presidente di quella associazione culturale che si sentiva di rifare il mondo. Almeno il mondo faentino.

Lì, ogni martedì sera, solo oltre mezzanotte ritornava il silenzio, nel fumo denso delle sigarette che nessuna legge vietava, fra i ritagli e le malecopie, i blocchetti pieni di appunti.

Dovunque qualche scritto del direttore: lettere grandi, spigolose ma ampie, allargate alla base, nervose ma sicure, decise: correzioni o abbozzi, messaggi a se stesso e agli altri, brevi e incisivi. La riunione aveva di solito uno strascico fuori, sulla strada, anche sotto la nebbia o la pioggia e dopo, in macchina, fino alle ore piccole, si faceva il punto.

Ma qualche sera Mario Zoli, il direttore-poeta, lanciava "l'idea" un po' folle: "A mezzanotte chiudiamo e andiamo a Rontana a vedere i calanchi con la luna piena. La luna d'agosto".

Si scendeva dalle auto; ricordo sentieri alti, alte e folte erbe scosse dal vento senza riparo e, davanti, il chiaroscuro lattiginoso dei calanchi, in un bagno di luna.

Lui avanzava nella luminosità, veramente un po' precaria, parlando con l'uno o l'altro di noi; comunicando le proprie impressioni, trasmettendo o risvegliando l'entusiasmo, indicando sensazioni ottiche, individuando odori di fiori e di erbe, improbabili bisbigli di uccelli e lontane stelle e costellazioni.

Nessun segreto per lui quando lo sguardo raggiungeva il cielo: Arturo, Sirio luminosissime, l'Auriga... "Quello è Giove, vedi, manda bagliori rossastri".

La piccola fila avanzava sul sentiero. La sua ombra era la prima, lunga, veloce. Sempre affrettato era il suo passo.

Silenzio nel ritorno, sonno, perplessità, riflessioni: insolite, nella vita di tutti i giorni.

Maria Laura Argnani
Renzo Bertaccini
Marco Bondi
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Adriana Cavadini
Onofrio Ceroli
Norma Cicognani
Andrea Dolcini
Marcello Donati
Gisa Frandino
Claudia Gallegati
Gabriella Grossi
Rino Maneo
Adriana Savioli Zoli
Alessandro Tosi
Gianluca Zoli

Questa era la piccola combattiva redazione della rivista: sei o sette donne delle quali egli aveva una fortissima considerazione e che respiravano, con lui, un'aria nuova e vivevano in uno spazio diverso; otto, dieci uomini, anche loro intellettuali, insegnanti, pittori, medici, artisti della grafica, sociologi, qualcuno impegnato in politica magari a sinistra, molto a sinistra; un prete, un prete speciale: don Remo Babini! Che commozione ricordarlo insieme a Mario!

Anche lui non c'è più. Anche lui aveva tanta sensibilità, rispetto del pensiero altrui, capacità di ascoltare, molti umani timori circa il proprio destino e le proprie sofferenze.

Alcuni incontri avvennero in campagna col gruppo ristretto che correggeva le bozze e finirono, una volta, attorno al falò che illuminava la strada al mese di marzo, un gigantesco fuoco acceso e attizzato da Mario per ritrovare emozioni sopite dell'infanzia lontana.

Naturalmente talvolta si finiva a cena con carne ai ferri, rossi cocomeri e fiori di campo sulla mensa. Con lui questi ultimi non mancavano mai.

Dopo ricomparivano sulla grande tavola i fogli, i menabò, i taccuini ma anche si affacciavano l'umorismo, la vena satirica di qualcuno, nascevano bellissimi schizzi e ritratti dei nostri artisti o magari un grande manifesto con epigrammi latini e vignette che riproducevano la redazione e il direttore in trasferta. Qualcuno aveva sempre voglia di scherzare. Ma poi Mario diceva: "Lavoriamo!" E il giornale usciva.

Era una rivista elegante che forse nessuno ricorda o magari soltanto chi è stato punto o tartassato da qualche pagina forte. E non mancavano mai: in quei momenti Mario Zoli era un po' sadico e non aveva pietà di nessuno.

Ci aveva insegnato a cercare il nuovo ma anche a recuperare le tradizioni, a bollare le colpevoli negligenze, a stigmatizzare i facili opportunismi, a dar voce a chi, di solito, non ce l'ha, a pungere il cattivo gusto nell'edilizia cittadina soprattutto se pubblica (che odio per il cemento!), a scoraggiare la partitocrazia e la corruzione. Già allora!

Quando affidava a qualcuno un articolo, un'indagine, era già certo che sarebbe uscito un buon lavoro e di fronte alla sua fiducia crollavano i timori e le difficoltà. Pochissime erano le sue correzioni o osservazioni, tanta era la considerazione che aveva per la creatività degli altri e per la loro libertà.

Il giornale aveva carta giallina, raffinata, copertina ogni volta di sfumatura diversa. A Natale, magari, d'argento. Sotto questa patina di colori spenti, da lui scelti con estrema cura, si alzavano la torre, il loggiato e spirava veramente l'amore per la città.

Ricordo un'idea che Mario lanciò in un momento difficile: si doveva uscire alla scadenza fissata, non si era neppure certi di poter pagare l'editore (occorre ricordare che, per scrivere in assoluta indipendenza, ci si appoggiava solo su poca pubblicità) e non si potevano pagare né locandine né manifesti che il direttore voleva grandi, convincenti, belli. Ed ecco l'idea: "Li facciamo noi!" E subito acquistò tutto il materiale.

Come non sentire un nodo alla gola ricordando i pomeriggi passati a gruppetti nel suo studio di via Pascoli - piccolo, monastico, ma personalizzato - in ginocchio sul pavimento a dipingere a tempera (quella dei pittori) la torre, le logge, sui manifesti giganti? Qualcuno, credo, tre metri per quattro, come quello affisso nella Piazza delle Erbe, prima del bassorilievo.

È chiaro che facemmo a turno la guardia a tali capolavori così precari e deperibili. Ma non potemmo impedire a un forte temporale notturno, dopo due giorni di autentico stupore dei faentini, di cancellarli in poche ore e lacerarli.

"Non importa - egli disse - il messaggio è partito". Vendemmo tutte le mille copie della tiratura, quella volta. In genere, comunque, ben poche ne restavano, anche perché la rivista regalava ogni volta litografie numerate di artisti come Lenzini, Rendo, Mauro Andrea, Bedeschi, Saviotti, Mamini, Rontini.

Ci chiese di occuparci di tutto, sollecitò ed accolse con entusiasmo le nostre proposte: dalla solitudine degli anziani, ai problemi della scuola e dell'ospedale, al sonno della cultura cittadina, fino, anche, a qualche brivido: vecchi delitti rispolverati, lontani serial killer nostrani con cimitero nell'orto o le voci dell'aldilà (metafonia o psicofonia?) inviate in cassetta da un lettore.

Ma ... Un giorno dell'Ottanta la redazione comunicò ai lettori la necessità di chiudere, gravata com'era da spese insostenibili. Finimmo forse poco elegantemente e vendemmo la testata per pagare appena i debiti, ma passammo tutti assieme l'ultima sera in una vecchia casa di collina.

Mario non ci permise di essere tristi e fece altri progetti. Non poteva finire lì.

Invece finì. Non finì invece il ricordo, non l'orgoglio dell'avventura culturale a cui egli ci aveva portato.

A volte, quando ci si rivede, poche parole ci riconducono nell'atmosfera stimolante di allora e si ricorda la sua abilità di articolista, che non enfatizzava mai, quando presentava il suo articolo quasi distrattamente, come fosse un corollario dei nostri, o la sua capacità di recepire e filtrare i pensieri e tradurli in parole, la sua elasticità nell'interpretare e accettare le idee altrui anche se diverse dalle sue.

Facile era dunque confrontarsi con lui perché non era mai stupito, né scandalizzato di qualcosa, mai su posizioni estreme; mai si rabbuiava per aver ascoltato travagli interiori o dubbi, o difficoltà che coinvolgessero il giornale. Purché ciò non nascesse da indolenza, negligenza, faciloneria.

Quelle serate ormai lontane furono incontri sereni e formativi, in cui il dialogo si articolava su vari piani: Mario Zoli era soprattutto un amabile conversatore e spesso sollevava l'ilarità per il suo senso dell'umorismo o si riscaldava per sostenere posizioni di grande apertura, un po' insolite, magari in difesa della donna, che per lui era più tenace e forte dell'uomo, più protagonista nell'economia della vita: la donna madre, ma anche quella che madre non vuol essere, la donna della Resistenza e della storia, del lavoro e della politica di quei giorni.

C'era però qualcosa che lo urtava, che lo faceva improvvisamente "chiudere" ed era poi difficile per un po' ritrovarlo. Succedeva quando qualcuno, per vie traverse, buttava là osservazioni o illazioni fumose su qualche obiettivo nascosto o indiretto, come privilegiare, attraverso il giornale, qualcosa che fosse per lui importante, magari il teatro, il suo teatro, in recensioni o altro.

Questo non lo poteva capire perché il teatro era per lui solamente teatro, in assoluto. Suo o di altri, poco importava.

Qualche acerbo momento di frattura ci fu, qualcuno s'allontanò offeso che lui avesse colto intenzioni al di là delle parole. Mario reagì con dolore e rabbia di orgoglio ferito. Qualcuno parlò ironicamente di "lesa maestà", salvo poi a concludere, in seguito, l'incidente con un abbraccio.

Ora, a distanza di tempo, nel vuoto buio che ha divorato quelle cose, ripenso a quei momenti. Ripenso che quella volta, come tante altre, il suo modo forte di porsi e di imporsi nei confronti dei suoi collaboratori, poteva essere sentito, magari suo malgrado, come "maestà".

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