Mario Zoli: una piccola parte della sua produzione

L'Astrologia e la Storia

Domicili ed esaltazioni Lettera a Bia L'Attore Troppo tardi
Mysterium iniquitatis Madame Gentini e Venere Elisabetta Regina Avere ... Essere Amore è luce
Marcello Donati

La "trilogia" di Samuel Beckett

Come lo ricordano ...

Dicembre 1976, il 29 precisamente.

Per le vie del centro passa una processione un po' folle. Un cavallo normanno traina un carro contadino; sopra ci sono gli attori nei costumi di Finale di partita. Urla, strepiti e battute improvvisate richiamano l'attenzione e fanno un po' di pubblicità.

Nevica.

Il santo del giorno è, casualmente, Tommaso Beckett e la sera ci sarà "la prima".

Durante i tre mesi di prove lo studio dell'opera è stato capi Ilare. È caduta la facciata più prevedibile del testo e dietro si affaccia un universo di significati.

Mario ha setacciato ogni battuta attraverso una lettura attenta e stimolante. Ora mi assale una vertigine di vuoto un po' inquietante: ho quindici anni e reciterò nel ruolo di Nagg, il padre senza gambe di Hamm.

La scena è un vuoto totale spruzzato di luci, con due vecchi bidoni arrugginiti sul proscenio.

Gli spettatori non arrivano a settanta quando la marcia trionfale dell'Aida dà il segnale d'inizio allo spettacolo.

Sempre dicembre, un anno dopo.

Continua l'esplorazione culturale del Gruppo sull'arte di Beckett. "Teatro dell'assurdo", tematica esistenziale vicina alla vita dell'uomo moderno.

Mario ci presenta Aspettando Godot come un classico per l'esemplarità astratta e ancor più per gli agganci che il testo stabilisce con il mondo del circo. Proprio per trasmettere sensazioni connesse a questa realtà, un cerchio di legno enorme, pieno di lampadine colorate, viene issato con funi davanti al boccascena.

L'operazione è improbabile e macchinosa; direttive e sghignazzi si alternano. C'è un istante d'attesa poi il cerchio crolla su se stesso fra risate e commenti ironici. 

Sono sere di prova. 

Maria Laura Argnani
Renzo Bertaccini
Marco Bondi
Frida Calderoni
Adriana Cavadini
Onofrio Ceroli
Norma Cicognani
Andrea Dolcini
.
Gisa Frandino
Claudia Gallegati
Gabriella Grossi
Rino Maneo
Adriana Savioli Zoli
Alessandro Tosi
Gianluca Zoli

Il teatro di San Giuseppe è un hangar gelido. Chi non prova, segue seduto in platea sotto una coltre di cappotti e coperte. Mario, imperturbabile, dirige in maniche di camicia davanti al proscenio, come un direttore d'orchestra.

Si monta la scena, un pezzo di lamiera trovato sotto il palcoscenico, accartocciato, diventa un tronco d'albero. Alla base una sbilenca ruota di bicicletta. Per i cappelli dei personaggi, un trovarobato di cartoleria: tre bombette e un cilindro di plastica, residui del carnevale passato.

La povertà ha aguzzato l'ingegno!

Aspettando Godot è un fondo vuoto "bagnato" d'azzurro. Fili di luci ne disegnano spicchi di luna. II profilo di circo evocato da scintille. Vecchi clowns adolescenti smarriti dal vuoto che li circonda. Giochiamo nell'attesa interminabile.

Pausa. SILENZIO. Lungo silenzio.

Nell'aria che accompagna l'ultimo spettacolo della "trilogia" soffiano tensioni nuove.

Giorni felici è un testo che frantuma l'azione bloccandola e quasi annullando quella antica e tradizionale convenienza teatrale che è il dialogo. Winnie, la protagonista, è semi sepolta in una buca sullo sfondo di un paesaggio desertico, quasi lunare. Unico suo interlocutore è Willie, ma sta dietro una duna e legge il giornale.

I due trascinano la propria esistenza schiavi di un modo di essere alienante, ma legati dal bisogno e dalla disperazione. Mentre la donna va sprofondando sempre più nella buca con la sua sporta, simbolo di riti quotidiani esasperati e inutili, l'uomo sprofonda in un paesaggio irreale che è un fascio bianco di dune creato da enormi teli. Tocca il fondo una luce gialla che riscalda le pagine gualcite del suo giornale.

Dalla platea due figure arrivano fino al palcoscenico e lo esaminano stupite, come fosse una soffitta polverosa.

Inizia l'azione.

Durante lo spettacolo un impercettibile errore del fonico crea un momento d'isteria, ma fortunatamente si rinuncia alla tentazione di gettare l'impianto dalla balconata in platea.

Frammenti di ricordi, pescati un po' a caso nella memoria, raccontano confusi alcune tappe della vita dell"'AlterEgo".

Mario è stato il maestro fondamentale di quei momenti e l'anima di un patrimonio che da allora non ha mai smesso di crescere con me

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