Mario Zoli: una piccola parte della sua produzione

L'Astrologia e la Storia

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Claudia Gallegati

Perché tutto deve avere una fine?

Come lo ricordano ...

Avevo dodici anni e seguivo il corso integrativo di animazione teatrale tenuto dal Professor Mario Zoli, a Brisighella, nella scuola media che frequentavo. Mi sentivo impacciata e maldestra mentre tentavo di essere albero, fiume, musica o ruscello.

A tutti noi quello strano professore con i calzoni della U.S. Army ed i maglioni improbabili che, dopo anni, scoprii essere frutto della sua fantasia e di una magliaia compiacente, insegnava a giocare: con le parole, i gesti, le urla. lo avevo l'incredulità di chi osserva tutto con stupore, l'incoscienza di abbandonarmi e l'attenzione del bambino che ha tutto da imparare.

Poco tempo dopo facevo parte dell' "AlterEgo": la compagnia di Mario Zoli. Nel suo studio, dove provavamo tre volte a settimana, passavano debuttanti ed attori consumati, scrittori in erba, artisti e musicisti, ma lui aveva sempre tempo per me. Arrivavo a Faenza in treno, e lui era ad aspettarmi in stazione, ed ogni sera mi riportava a casa o si preoccupava ci fosse qualcuno a farlo.

A dire il vero guidare non era la cosa che gli riusciva meglio, ma percorrendo i chilometri mi raccontava di Machiavelli e del suo povero Belfagor; alla mia esaltazione per l'idealismo giovanile di Antigone contrapponeva il dramma di Creonte, Re per ragion di stato e non per vocazione, carnefice per ruolo, ma vittima del destino; mi spiegava l'importanza di pesare le parole, di misurare la voce e l'espressività; il perchè di una luce di taglio o di una musica azzeccata.

Il professore: non sono mai riuscita a dargli del tu, neanche col passare degli anni quando tutti lo facevano, perfino gli ultimi arrivati. Per me era sempre il Maestro, anche quando mi costringeva a ripetere venti volte la stessa battuta per far sì che il gesto e la voce fossero un tutt'uno con l'intenzione; anche quando si toglieva le scarpe per tirarle agl'indisciplinati.

Tanti gli anni, decine gli attori, innumerevoli i ricordi. Prima l'esaltante periodo dell' "AlterEgo": Carla, il mio idolo; Giorgio, l'irrequietezza del Leone; Sauro, il talento; Marilena, la pazienza; Germana, la maturità e la saggezza; Francesca, l'intelligenza; Stefano, l'incoscienza; ed io, lo scricciolo della Compagnia, che imparava ad accettare consenziente ciò che non capiva, ma che pensava di poter capire un giorno. 

Maria Laura Argnani
Renzo Bertaccini
Marco Bondi
Frida Calderoni
Adriana Cavadini
Onofrio Ceroli
Norma Cicognani
Andrea Dolcini
Marcello Donati
Gisa Frandino
.
Gabriella Grossi
Rino Maneo
Adriana Savioli Zoli
Alessandro Tosi
Gianluca Zoli

Lui riusciva a tirar le fila di tutto e di tutti, sempre; ci aveva scelti, aveva scelto ognuno di noi.

I ricordi sono innumerevoli e sembra impossibile poterne fissare solo alcuni.

A lume di candela, seduto in ginocchio per terra, di fronte a Carla prostrata nel Pianto della Madonna di Jacopone da Todi, pesa le parole, i fiati, coglie l'essenza di quel dramma tra le arcate di Pieve Thò. lo, rannicchiata in un angolo guardo incantata, nulla mi distoglie da quella magia, neppure Stefano che dà la caccia agli scorpioni col martello.

Il copione nella sinistra, gli occhiali nella destra con la stanghetta in bocca che piega il labbro inferiore, scruta le righe, scavando il testo; oppure inforca le lenti e dirige in silenzio con la mano, quasi fosse davanti ad un'orchestra: i piano, i forte, i sussurrati, i gesti, gli sguardi. Tutto mi ipnotizza a tal punto che, quando devo io indossare i panni di Maria, sono la copia esatta di Carla e lui, con pazienza, a spiegarmi che, come ogni individuo vive le proprie emozioni, così ogni attore rende vivo un personaggio cambiandolo.

Dopo alcuni anni ci fu la fusione di chi rimaneva dell' " AlterEgo" e alcuni ex allievi dei Salesiani, per ridar vita all'antica compagnia "Angelo Solaroli":

"(marzo 1991) Cara Claudia, molto tempo è passato da quel laboratorio alla Media di Brisighella ...Accanto a tante presenze nuove, ho quelle sicure e certissime senza cui mi sentirei inerte specie a certe svolte cicliche ..."

Aveva l'intelligenza di non dare nulla per scontato e la generosità di voler rendere gli altri partecipi del proprio sapere intendendo il Teatro come ferrea scuola di vita:

"(Lunedì 8, ore 12) ... questa recita è la prova più bella che potevate superare in Teatro, e, credo, anche nella vita, perché nel fondo il Teatro è vita e non finzione. Essa dimostra quali vette si possano raggiungere quando il talento, dono di Dio, si unisce allo studio, alla tenacia, alla disciplina rigorosa, alla continua ricerca del meglio. 

Avete il talento, che è un gran dono; non l'ho prodotto io. lo l'ho solo tirato fuori, pulito, reso pubblico. Ora avete la responsabilità tremenda del suo uso. Non dovete accettare che si appanni. Per questo io e voi dobbiamo essere duri. Uno più uno fa due. Chi condivide questa regola e la mette in pratica può stare con noi. Gli altri no purtroppo, non l'hanno ancora capito; è il condividere la fatica e non l'applauso, il timore e non la gioia, che lega ...".

Queste righe, tra le tante, scriveva ai "suoi attori", dopo ogni recita. Talmente ferreo nella disciplina e fermo nei propositi da spaventare molti, ma altrettanto vulnerabile e ferito dalla insensibilità altrui:

"Per moltissimi anni ho fatto Teatro, e al modo che sai. Non l'ho fatto ne per fama, ne per denaro, ne per vanità. L'ho fatto per l'anima, per crescere io nell'anima e per far crescere l'anima di coloro che lavorano con me. Se la radice di questa vocazione non fosse stata così profonda nella intimità del mio spirito, non avrei durato tanti anni e con tanta passione. Si va sulla cima della montagna perché si ama l'altezza, la vista del cielo libero, il silenzio, o perché si vuole fuggire da ogni punto più basso? 

lo posso ritenermi fortunato di aver scelto per salire la via del Teatro, la più vitale e la più calda, mai ripetitiva, sempre nuova ad ogni istante, come la vita, e come la vita meravigliosa e infame, eroica e patetica. 

Ma la domanda è per me ora: da chi scappavo? Certo dalla banalità, dalla inautenticità, dai facili compromessi, dai luoghi comuni. Ma c'era anche una specie di gioia in me quando la luce, indovinata in una creatura magari grigia, dopo molto lavoro, sortiva fuori, visibile e bella, diventava non un sogno mio, ma una storia registrabile per tutti ...". 

Perché tutto deve avere una fine? Non so cosa dire in queste ultime righe, perché scriverle mi sembrerebbe un po' congedarmi da lui, cosa questa che non ho ancora fatto e credo non potrò fare mai ...  Il dialogo continua e forse la spiegazione di questo l'ho trovata in una lettera che lui mi mandò per essermi vicino nella morte di mia nonna, la decana della famiglia:

"(Faenza, 28 dicembre 1987) ... accogliere per fede, fede nel meglio, nel grande disegno della Vita di cui vediamo e capiamo una parte piccolissima (e anche questa inadeguatamente); ciò che ancora non capiamo, ma che pensiamo di poter capire un giorno, anche in questa vita; ecco la radice della saggezza.

I morti vivono in noi, e non solo come memoria, ma come attività, sogni, ideali, scopi di vita ... Ricorda, del nostro rapporto, i momenti più intensi e veri; questi custodisci nel tuo cuore. È questo il seme da cui cresce la pianta". 

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