![]() |
Mario Zoli: una piccola parte della sua produzione |
||||
| Domicili ed esaltazioni | Lettera a Bia | L'Attore | Troppo tardi | ||
| Mysterium iniquitatis | Madame Gentini e Venere | Elisabetta Regina | Avere ... Essere | Amore è luce | |
| Adriana Savioli Zoli |
L 'uomo e il docente |
| Come lo ricordano ... |
Un
giorno del mese di ottobre del millenovecentosettantacinque, il primo,
credo, mi presentai ufficialmente alla Scuola Media Statale
"Europa" di Faenza, per assumerne la Presidenza.
Incontrai
il Collegio dei Docenti in uno stanzone quasi disadorno, ma stranamente
pervaso da una atmosfera di eccitazione, di vitalità, di forza. Per un
momento, un lungo, bellissimo momento, ci fu silenzio, un silenzio carico
di emozione sottintesa, e mi venne spontaneamente su dai precordi come un
grido: Aiutatemi -ricordo che dissi- non so niente di voi, di
questa scuola, ... datemi una mano, aiutatemi a non sbagliare i primi
passi e io vi prometto che lavorerò con voi, che sarò con voi. Dopo
il silenzio un affettuoso brusio, simile ad un applauso. Se ritorno
indietro nella memoria, li rivedo tutti negli incorrotti tratti dei loro
volti, consegnati per sempre così, in quel fotogramma sospeso, alla
gelosa custodia della memoria.
Ci
incontrammo in questo modo, su un canale di comunicazione tutto speciale
dove viaggiavano intesa, alleanza, forza, complicità, intelligenza ...
Capii dopo qualche giorno: quella sorta di irrequieta vivacità non era
altro che aria di cantiere ... si stava edificando una Scuola. Nata da
pochi anni, stava tentando di darsi un volto.
Lavorammo tutti. Con passione e con amore autentico, tenero e devoto, intorno a quelle mura che crescevano e si facevano stanze delle nostre anime. Anni bellissimi. Anni di una fantastica nuova frontiera, cinque indimenticabili anni quelli che vivemmo insieme. INSIEME. Era questo il segreto. In questo insieme ognuno aveva il suo spazio riconosciuto, autonomo, trionfante. Che meravigliosi anni di cimenti, di prove, di baruffe, di lavoro e di fede che ci portò, e ne sento ancora la fierezza, a godere di una grande stima da parte della popolazione faentina. |
| Maria Laura Argnani | |
| Renzo Bertaccini | |
| Marco Bondi | |
| Frida Calderoni | |
| Adriana Cavadini | |
| Onofrio Ceroli | |
| Norma Cicognani | |
| Andrea Dolcini | |
| Marcello Donati | |
| Gisa Frandino | |
| Claudia Gallegati | |
| Gabriella Grossi | |
| Rino Maneo | |
| . | |
| Alessandro Tosi | |
| Gianluca Zoli |
|
Riandando
a quel fotogramma impresso in qualche parte dell'anima, emerge là,
quasi in fondo, l'immagine di lui: bruno, alto, dall'espressione
malinconica, forse un po' perso dietro ai suoi segreti pensieri e gli
occhi che trasmettevano il sorriso interiore, etrusco, non sempre
leggibile sulle labbra, la voce ...
Quando
prendeva la parola nell'assemblea, la voce disegnava subito tratteggi di
chiaro-scuro, dava lampi di luce e sospensioni d'ombre, con l'agilità
istintiva di chi sa occupare subito la scena ed impadronirsi
dell'ascoltatore: Mario Zoli. Era un docente scrupoloso, appassionato e
fervido, creativo e vitale, che faceva le sue lezioni ogni giorno come
se stesse inventando tutto di sana pianta, lì, seduta stante,
trascinando la scolaresca in quel meraviglioso gioco dell'imparare ...
Questo
suo essere docente era connaturato al suo essere uomo. Uomo creativo.
L'aula diventava una scena e lì si muoveva, padrone dello spazio e dei
cuori. Il silenzio in cui sapeva sprofondare i suoi ragazzi era una
sorta di miracolosa malia.
Parlava
e si verificava un evento teatrale e lì, fra i banchi, si incontravano
veramente Achille ed Ettore, Farinata degli Uberti e Telemaco, Ungaretti
e
l'uomo
di Cro-Magnon. Ma il grande mistero con cui ogni allievo si incontrava,
la PROVA da superare, una specie di rito iniziatico da praticare con
intenso desiderio, per vincere la battaglia era ... trovare il sistema
di impossessarsi della chiave per entrare nel Tempio.
Dove
echeggiavano le parole, i fragori, le grida, le risate degli eroi e
degli uomini. Il linguaggio doveva essere conquistato, bisognava sudarsi
le famose sette camicie per ottenere sicurezza e correttezza di
espressione, capacità di intendere e di rispondere. Altrimenti si
restava fuori dalla porta. E nessuno voleva rimanerci, perché era troppo
bello ed emozionante e VERO e vivo quello che accadeva dentro. Non so
come, ma tutti riuscivano a prendere in mano quella chiave: c'era chi se
la legava stretta alla cintola e se la faceva aderire addosso come una
seconda pelle e c'era chi la perdeva, per rimettersi affannosamente a
cercarla ancora una volta.
E
lui sempre pronto ad accendere la luce per favorire la ricerca. E quel maxima
debetur puero reverentia era il suo imperioso credo quotidiano: la reverentia
verso quel puer che aveva il DIRITTO di imparare e di sbagliare,
di correggersi, di cadere e di rialzarsi, di faticare e di conquistare
l'unico mezzo di riscatto, l'unica possibilità per l'uomo di essere
libero: possedere una cultura. Sua, personalissima, commisurata. Nessuno
quindi gli serbava rancore per un atto di severità, un rimprovero, un
rabbuffo. Anzi c'era chi arrivava al punto di aversela a male se per
caso la sgridata non arrivava e se non arrivava c'era la sua ragione ...
Mantenere
la disciplina quindi non era uno sforzo per il Prof. Zoli, anzi. Se
passavo per i corridoi, spesso ero tentata di aprire la porta per vedere
se per caso la sua aula fosse vuota ... e invece dentro si lavorava
tenacemente, in silenzio quando il silenzio era uno stato necessario per
il verificarsi di un qualche prodigio d'apprendimento. Ci si cadeva,
mi raccontava un'alunna, come se un ipnotista nascosto avesse
schioccato due dita. Prima non c'era affatto e di lì a un attimo
eccolo a calarci in quella specie di favola di cui eravamo, di volta in
volta, protagonisti e narratori.
Anche
la "forma" contava: lui indossava il suo grembiule e tutti con
lui. In fila. E la fila si componeva senza fracasso. Lui,
fondamentalmente, istintivamente, libertario fin quasi all'anarchia,
sapeva mortificare, imbrigliare la sua vocazione per insegnare la libertà.
Che si conquista, diceva, passando sotto le forche caudine
dell'obbedienza e del sacrificio.
Ma quando si liberava l'estro creativo e si recitavano i versi dei poeti o si drammatizzava un brano d'autore col corredo di un minimo di scenografia e di identificazione simbolica, allora c'era l'esplosione della vita e la gioia del fare. Ma senza caos.
Come
faccio a non far sembrare agiografia quello che vado scrivendo? Tuttavia
sto dicendo la verità ... Ci sarà pur stato, direte voi, qualche
difetto, qualche pecca, qualche caduta di tono, qualche scalfittura in
questo monumento ... C'erano, c'erano.
C'era
l'ombrosità, la suscettibilità, la facilità a prendere cappello, una
certa fragilità emotiva inconcepibile in chi aveva così frequente la
tentazione di afferrare il bastone del comando ... Ma tutti lo
perdonavano. Subito. Chissà perché? ... Forse perché era artista e
quelli che per i comuni mortali sono difetti, per l'artista sono modi
dell'esser tale. Credo che tutti i colleghi abbiano avvertito di essere
stati in presenza di una persona speciale. Quando nei suoi interventi,
in Collegio, Mario dipingeva fascinosi progetti pedagogici, l'impietrita
assemblea di volta in volta allibiva, si sgomentava, si
entusiasmava, si indisponeva.
Pochi
Collegi-docenti sono stati pari a quelli dell'Europa! in quegli anni.
Davamo per scontato che ciò che era bello ed utile e buono per i
ragazzi, di per se stesso dovesse realizzarsi, tradursi ipso facto in
re. E nonostante gli ... impedimenti, noi trovavamo la
scappatoia. E si faceva. Alleate, serenamente complici, le famiglie.
Una
mattina, una gran bella mattina, Mario Zoli venne da me in ufficio e mi
disse: Se mi dai una mano, ho in mente un progetto bellissimo ...!
E in un fiume di parole dense di suggestione, di stupore e di colori, mi
squadernò davanti agli occhi le favolose opportunità che avremmo
potuto offrire a tanti ragazzi e ragazze, anche e soprattutto ai meno talentosi,
attraverso un esperimento di teatro. Oggi che tutti riempiono le Riviste
Pedagogiche e si riempiono la bocca di sperimentazione teatrale e non,
oggi che nascono scuole istituzionalmente sperimentali con tanto di
finanziamenti ad hoc, il fatto non può stupire più di tanto. Ma allora
...vent'anni fa ... Il mio assenso fu subito totale ed entusiasta. E via
a lottare.
E
non ci sono soldi nel bilancio e chi paga lo straordinario al personale
e come fare per i costumi e le autorizzazioni dei genitori e dove ...e
come ...e chi ...? Quanto lavoro!
Ma
nacque quel piccolo grande capolavoro dell'Ognuno, il Mysterium
Hominis, andato in scena una memorabile sera di primavera, nel
cortile della scuola, sul terrazzo che lo fronteggia, su palchetti di
legno di volta in volta sede di narrazione drammatica e ... tanta gente
un po' infreddolita in quella limpida sera del 16 maggio 1976.
Pensate che tutte quelle attrezzature, parte avute in prezioso prestito, parte costruite artigianalmente in casa, erano state vegliate in turni continui di notte e di giorno da alunni, genitori, insegnanti. E pensate che, con la collaborazione della Polstrada, fu perfino deviato il traffico dalla Via degli Insorti, perché nulla turbasse il miracolo.
E
sotto i nostri occhi si verificò. E un ragazzo che non aveva mai parlato,
senza inceppare nella sua timidezza e nelle sue paure, avanzò sulla
scena, solo, e là, sul terrazzo, un faro implacabile su di lui ed una lontana,
dolcissima luna in alto su di noi, sereno e trionfante monologò con
puntigliosa precisione le difficili parole dell'antichissimo copione. E
tutti, tutti gli altri momenti della Sacra Rappresentazione filarono via
lisci ... i pezzi di bravura, i cambi di scena, fino al fragore degli
applausi.
La
mia fronte, ricordo, era madida di sudore ... e i colleghi che avevano
fatto il tecnico luci, il costumista, i sarti, gli attrezzisti, i
trovarobe, forse anche senza crederci fino in fondo, avevano sul volto
l'espressione come di chi ha appena avuto un incontro ravvicinato. Del
massimo tipo. E credete forse che si fosse fatta un'operazione così,
tanto per fare? No, signori. Nacque proprio davanti a un notaio, con
tanto di statuto, di firme e di bolli, l'Associazione Culturale Alter
Ego di cui era la primogenita espressione l'Alter Ego, gruppo teatrale
della Scuola Media "Europa".
Il resto è noto a tanti ... Oh giorni pieni, felici, che non si dimenticano! E chi ti dimentica? ... Mario, Prof. Mario Zoli, docente di materie letterarie della Scuola Media Statale "Europa" di Faenza, corso "A". |
|
|
|