La prerogativa femminile di Saturno

Seconda parte (di Raffaello Ambrogetti)

prima parte

 

terza parte

quarta parte

quinta parte

sesta parte

settima parte.

Indice di Sezione

Le coppie d’opposti elencate nella tabella sottostante costituiscono solo un limitato esempio della antica classificazione cinese: da una parte gli elementi yang e dall’altra quelli yin.

Pensiamo sia riscontrabile l’affinità che molte (la grande maggioranza) delle definizioni elencate nelle colonne “yang” possiedono, con qualità ascrivibili a Saturno.

A queste coppie d’opposti potremmo aggiungere le seguenti:

                         

Il concetto yin/yang viene utilizzato anche nella classificazione delle malattie, le quali appartengono allo yang quando l’ammalato appare sudato ed assetato, quando è smanioso e col respiro agitato, quando non rifugge la luce e la presenza di persone accanto a sé; mentre spettano allo yin quando il paziente non prova sete ed è infreddolito, quando la respirazione è affaticata e quando il buio e la solitudine gli sono preferiti.

Anche in questo caso, gli attributi conferiti alle malattie di tipo yin, cioè “femminili”, potrebbero tranquillamente essere classificati “saturnini”.

Naturalmente non vogliamo portare all’estremo una sorta di sillogismo secondo il quale tutto ciò che è identificato come ascrivibile alle qualità di Saturno sia yin e di conseguenza femminile, anche perché siamo consapevoli di ciò che è evidenziato con chiarezza nella figura del “Tai ji,“ comunemente conosciuto come il simbolo del Dao, in cui un puntino di colore opposto compare in ogni emisfero, a voler simboleggiare che ogni parte dell’unità contiene in sé il seme del proprio opposto. Allo stesso tempo non dobbiamo nascondere la testa sotto la sabbia negando che le simbologie di Saturno possiedono caratteristiche prevalentemente femminili.

Angolo ripiegato: 3

Proprietà che ritroviamo in un aggettivo notoriamente associato alle persone molto in là con gli anni: “rimbambito”; un termine che letteralmente descrive l’azione del “ritornare bambino”, benché oggi abbia acquisito un significato spregiativo.

Il motivo da cui prende spunto tale associazione, è rappresentato dal fatto che i vecchi, proprio come i bambini in età più tenera, sono privi di denti.

L’esser privi di denti è una condizione che, indubbiamente, rende una persona inerme e quindi, per quel motivo, in grave difficoltà qualora volesse mostrarsi aggressiva. E’, nel caso degli infanti, una strategia che la natura pone in atto (insieme con le rotondità delle fattezze, soprattutto del viso), per preservare l’incolumità dei piccoli, di fronte al pericolo di subire aggressioni.

Occorre spiegarsi, detto questo, perché i vecchi, a differenza dei bambini, hanno in prevalenza fattezze scarne e scavate: anche in questo caso la natura è stata previdente, facendo in modo che fosse immediatamente chiaro ai predatori quale fosse l’esemplare anziano da abbattere.

Il parallelismo delle due età estreme, l’infanzia e la vecchiezza, è evidente a tutti coloro che hanno avuto esperienza di vita con entrambe le età; come chi essendo genitore ed avendo provveduto ai propri figli, in un successivo periodo della propria vita si trova ad accudire ai propri anziani genitori diventando, a sua volta, genitore di coloro cui deve la vita.

Come accadeva quando provvedevamo ai figli, di nuovo saremo chiamati ad aver a che fare con pannoloni e pappine, poiché i vecchi possono tornare ad essere incontinenti ed essendo sdentati possono non essere in grado di assumere cibi solidi. Durante la notte poi, se non anche durante il giorno, ci troveremo nella condizione di applicare delle sponde ai loro letti, proprio come fossero culle, perché non accada che cadute fortuite creino guai molto seri.

Ancora una volta dovremo ricorrere all’aiuto di ‘baby-sitter’ (le badanti, Dio le benedica!) che si occuperanno di loro, quando noi non saremo in casa.

Anche il loro carattere può cambiare e così potremo trovarci di fronte persone affatto diverse.

Perciò individui abituati sempre a badare a se stessi possono trasformarsi in persone docili e remissive, che si affidano totalmente a noi; oppure, al contrario, persone che si sono sempre contenute si trasformano in soggetti capricciosi come bambini viziati. Il loro parlare può diventare incoerente e incomprensibile come quello dei neonati, oppure allegro e gioviale come quello di fanciulli nei primissimi anni di vita, sempre disposti a cantare filastrocche.

Ed anche il nostro rapporto con loro è del tutto simile al rapporto con i nostri figli, fatto di fatiche e irritazioni, divieti impartiti loro, poiché siamo noi ora che comprendiamo ciò che è opportuno fare, qualche volta provando il desiderio di sfuggire alle nostre responsabilità, ma sempre colmo di tanta tenerezza.

Angolo ripiegato: 5
Anche il nostro indimenticabile Mario Zoli, in un trattato concernente il rapporto di Saturno con la Luna, coglie quanto stiamo cercando di argomentare, quando dice:

“Il risarcimento, la vendetta, oltre che frustranti, insufficienti, perché chiedono di essere ripetuti all’infinito, sono anche inutili perchè nulla ritorna identico.

L’abbandono patito allora, non perde nulla della propria amarezza, perchè lo facciamo patire ora a chi ce lo impose; al contrario, in questo modo riapriamo da noi l’antica ferita e la facciamo sanguinare di nuovo. Prima di tutto occorre rendersi consapevoli naturalmente del trauma patito, poi, rinunciare alle vendette e a tutte le supplenze. E a mettersi a fare ... Storia. Storia di anima.

 Al centro sta sempre la figura della madre-nera. Aggiriamo l’ostacolo; smettiamo di vederla così potente e dura.

C’è un grande panorama dietro, accanto, sopra e sotto di lei. Che figlia fu? Che scolara? Che canzoni cantò per prime? Quali erano i suoi colori preferiti? Quale il suo primo amore? Ignoriamo di quella vita, quasi tutto. Abbiamo isolato solo la maternità, quella maternità dura. Abbiamo risposto ad una rigidità fredda con un’uguale rigidità.

Ma una donna non è solo madre, nostra madre; è stata figlia, nipote, sorella, amica; la sua vita è stata, come la nostra, una selva di relazioni. Man mano che aumenta la nostra conoscenza, come se salissimo su una montagna e di là vedessimo ampliarsi la valle sottostante, in parallelo si fa’ meno pungente il nostro dolore, sicché lo dimentichiamo del tutto. Restituiamo alla madre la sua realtà storica di creatura perchè, in certo qual modo, la partoriamo noi stessi come figlia nostra. E nell’attimo in cui comprendiamo che le sue durezze non dipesero da lei sola, ma anche da condizionamenti dell’ambiente, da varie circostanze, da una cultura anaffettiva, proviamo per lei una nuova sgelante tenerezza.

La grande statua rigida e nera è scomparsa, e scomparsa è la paura che ne avevamo; al suo posto sta una creatura, fragile e piccola, laggiù, in mezzo alla vastissima pianura. E’ qui che sta la guarigione, nostra e sua. Dando alla madre la maternità che essa non diede a noi, possiamo incontrarla per libera volontà, da persona a persona, fuori delle ombre del potere e sperimentare in noi stessi che libero è solo colui che, facendo da padre e madre al padre e alla madre, è riuscito a diventare nello stesso istante, anche padre e madre di se stesso.”

Si potrebbe obiettare che trattando della Luna, necessariamente si debbano analizzare le dinamiche della maternità, ma noi crediamo che sia proprio il rapporto con Saturno che conferisca quella particolare attitudine materna, altrimenti assente nei rapporti che la Luna intrattiene con altri Pianeti come quelli, per esempio, con Urano, a nostro avviso ben più drastici e pericolosi.

L’avanzamento nell’età inoltre, può generare un altro aspetto che è assimilabile al genere femminile: già in età matura cominciamo a conservare le nostre energie, stimando che le cose cui valga la pena di dedicarsi, siano senz’altro limitate nel numero, rispetto a quanto valutavamo in più giovane età; ma col passare degli anni quella conservazione assume la sostanza di un vero e proprio “lasciare andare”, dell’abbandono d’ogni desiderio di combattere e prevale un atteggiamento di distacco verso molti coinvolgimenti mondani che sono stati così apprezzati in gioventù.

Si manifesta una disposizione che nella primavera della vita difficilmente trovava spazio, la disposizione ad obbedire a ciò che è a noi riservato; si acquisisce allora la qualità che gli antichi Taoisti riconoscevano all’acqua, considerandola l’elemento maggiormente dotato di virtù poiché disposta a adattarsi a tutto:

“l’acqua vince su tutto perché si adatta a tutto … l’acqua vince senza combattere…”

Lao Tzu

Crediamo così di avere a sufficienza sviscerato le profonde analogie esistenti fra l’infanzia e la vecchiaia.

Sappiamo che i primi anni di età sono collegati al valore zodiacale della Luna, che indiscutibilmente è il più femminile fra i simboli planetari.

L’età in cui si sta concludendo la vita, assimilabile a Saturno, è dunque un’età femminile, un’età durante la quale, se si è abbastanza vecchi, si dipende totalmente da coloro che si prendono cura di noi, così come con gli infanti.

Ricordiamo, altresì, la simbologia congiunta a Saturno che la pone in analogia alla morte.

Il suo colore è il nero, che nella nostra cultura è il colore del lutto. Saturno era considerato il “guardiano della soglia” (il limen, che è radice etimologica di limite, termine evocativo delle qualità saturnine), poiché ultimo dei Pianeti visibili, sentinella a guardia dell’infinito nulla che si apriva oltre il suo confine: per questo considerato simbolo della morte.

Benché, a livello mondano, la morte sia per lo più guardata con paura e si cerchi in tutti i modi di dimenticarne l’ineluttabilità, le nostre tradizioni più antiche e spirituali l’hanno sempre descritta come un passaggio: il momento in cui l’invisibile ha il sopravvento sul visibile, l’eponimo d’ogni trasformazione.

Perciò se durante il ciclo diurno l’alba è simile alla nascita, il tramonto, al contrario, è stato assimilato alla morte; il passaggio fra il dì e la notte, il momento in cui le forze del buio sopravanzano la luce, il passaggio dalla predominanza di ciò che è maschile alla prevalenza del femminile.

Perciò il momento di passaggio determinato dalla morte rappresenta l’istante in cui il femminile diviene preponderante e l’assegnazione simbolica di quell’istante a Saturno è un nuovo indizio che deve farci dubitare sulla sua presunta mascolinità.

 Fra il 1914 e il 1916 il musicista inglese Gustav Holst compose un tributo musicale al Sistema Solare che intitolò “I pianeti, Suite per orchestra”. In precedenza egli si era interessato all’Astrologia ed era stato un compilatore d’oroscopi per gli amici.

La sua competenza in questa Sapienza lo portò ad assegnare ad ogni pianeta un appellativo, che in alcuni casi è efficace nello svelarne le proprietà simboliche (per esempio denomina Urano come “il Mago” e Nettuno come “il Mistico”). Nel caso di Saturno l’appellativo è meno fantasioso, poiché lo descrive come “il Portatore di Vecchiaia”.

Ma questa Suite, per sua stessa ammissione, fu quella da lui preferita ed è rilevante il fatto che sia anche la più lunga (9 minuti e 40 secondi). Gustav Holst spese inoltre alcune parole per prendere le difese di quel Pianeta e ciò che disse offre uno spunto che, a nostro parere, è illuminante nel chiarire, una volta di più, l’assunto che sta all’origine di questa trattazione:

“Saturno non porta solo decadimento fisico, ma anche un’idea di compimento”. 

Il verbo ‘compiere’ trae il proprio significato dal latino volgare complire, derivato da complere che significa riempire, poiché a sua volta originato da plenus, pieno.

Questo sostantivo, dunque, ne richiama un altro – saturo – che dobbiamo affiancare a Saturno, non fosse altro per l’impressionante assonanza fonetica. Saturo sembra derivare da una radice indo-europea da cui discende anche satis, abbastanza, che origina anche il verbo saziare. Il concetto di pieno, di pienezza, lo riscontriamo, ancora una volta, nel ventre gravido della madre o all’interno di un uovo, ove non vi è alcuno spazio non utilizzato, poiché tutto deve essere a disposizione del nascituro.

A questo punto, riferendoci per un momento agli insegnamenti della medicina cinese classica, non saremo stupiti nel conoscere che alla ‘fazione’ dello Yin, vale a dire del femminile, sono assegnati i visceri od organi pieni (vale a dire il cuore, la milza, i polmoni, il fegato ed i reni), contrapposti agli organi cavi, vescicola biliare, stomaco, intestino crasso, intestino tenue e vescica urinaria, considerati Yang.

Tutti questi termini richiamano un’ulteriore simbologia saturnina, quella della maturità, il compimento di un processo, quale può essere la crescita del giovane che diventa adulto o la germinazione della spiga. Questo periodo, nel corso dell’esistenza umana, giunge quando Saturno ha compiuto il suo primo ciclo zodiacale, intorno ai trent’anni.

A tal proposito, tornando a parlare più propriamente d’Astrologia, non possiamo misconoscere la profonda analogia esistente fra il ciclo zodiacale di Saturno (della durata di 29 anni e 167 giorni) e quello sinodico della Luna (di circa 29 giorni e mezzo).

Questa analogia è data dall’osservazione empirica delle due Rivoluzioni e permette di osservare che, durante il trentesimo anno di vita d’ogni persona, quando Saturno compie la sua rivoluzione, tornando esattamente sul grado di longitudine in cui era alla nascita, sul Tema Progresso (la particolare tecnica previsionale che equipara un giorno ad un anno), la Luna transiti non già sul grado di longitudine della nascita (ciò accade circa due anni prima), ma nel Segno successivo, nel medesimo rapporto, che aveva alla nascita con il Sole.

Persistono pure nelle tradizioni contadine, alcune consuetudini, retaggi di un’antica Memoria, che ci riconducono alle orme femminili di Saturno.

Ad esempio, in Romagna (ma crediamo anche in altre parti d’Italia) la produzione dell’aceto avviene facendo fermentare il vino tramite quella che in gergo si chiama “madre” o “matrice”, una “famiglia” di microrganismi, i “Microderma Aceti”, che prendono vita mediante l’introduzione all’interno di una bottiglia di vino, di uno spaghetto spezzettato.

La reazione provocata dalla fermentazione è dovuta all’amido presente nello spaghetto e probabilmente anche altri tipi di pasta sarebbero in grado di determinarla; tuttavia è sempre utilizzando uno spaghetto che si produce l’aceto. Valutando le analogie come indicato da Paracelso, che chiamava “segnatura” la consonanza di un corpo ad un altro, col quale non vi è relazione apparente se non quella data dalla somiglianza reciproca, senza timore di essere smentiti, metteremmo in collegamento lo spaghetto col simbolo saturniano, a causa del suo aspetto sottile e della sua durezza.

Dunque, anche questa, apparentemente banale osservazione, sembra dare corpo all’ipotesi che la simbologia di Saturno sia decisamente orientata al femminile, essendo assimilata alla prerogativa che in maggior misura distingue il femminile dal maschile: la maternità.

pagina precedente

pagina successiva